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BETA. Elaborare la memoria per liberarla. 
un incontro con Marina Baldo 

di Vincenzo Mancuso

Lavori da anni come documentarista, occupandoti sopra­tutto di eventi.
Questa e la tua prima esperienza con un formato diverso e con un lavoro così personale. 
Come nasce questo progetto? 


Nasce da una necessità personale. Da bambina spiavo mio padre nella sua “dispensa”, una piccola stanza dove montava i filmini di famiglia su due monitor a tubo catodico. Guardavo da dietro la porta socchiusa, affascinata da luci e suoni. Quando lui non c’era, salivo su uno sgabello e cercavo di imitarlo.
Nel 2018 a mio padre è stato diagnosticato l’Alzheimer. Ho pensato di recuperare le videocassette per raccontare quello che stava vivendo. Poi, nel 2020, si è ammalato di tumore e in pochi mesi è venuto a mancare.
Mi sono serviti quattro anni per elaborare tutto. Quando ho ripreso in mano le cassette, ho capito che volevo raccontare ciò che lui è stato per me e quanto inconsciamente mi avesse influenzata: il fatto che filmava e montava è diventato il mio lavoro.
La difficoltà maggiore è stata trovare chi potesse digitalizzare le Betamax: non è stato semplice. Quando finalmente ho rivisto quelle immagini, più vecchie delle VHS, è stato un colpo al cuore.


Perchè la scelta di una performance? 

La performance era un ambiente lontano da me. Sarebbe stato più naturale fare un documentario su mio padre, ma quella scena di lui nella “dispensa” è la mia madeleine di Proust.
Volevo ricreare quell’esperienza per gli altri: che il pubblico sbirciasse da quella porta, entrasse nei miei ricordi e, in parte, nei propri.
La performance smuove qualcosa nel “qui e ora”: il mio mondo diventa anche quello dello spettatore.
Il materiale d’archivio parla a generazioni diverse: a chi quegli anni li ha vissuti, ai più giovani che provano nostalgia per quelle immagini, e agli adulti che vi riconoscono la propria storia.


Come hai lavorato sul piano narrativo? 

II processo è stato simile al montaggio di un documentario: ho selezionato sequenze per temi, persone o momenti, e le ho rielaborate con il mixer video. 
Ho una struttura narrativa di base: può cambiare, ma solo di pochi fotogrammi o secondi — a volte persino in base a quanto impiego a inserire la cassetta nel registratore. L’ho voluta così perché mi dà stabilità e, allo stesso tempo, crea connessioni tra i racconti nei vari monitor: una sorta di dialogo tra i filoni narrativi, che funziona bene se mantengono quell’ordine cronologico.
La cosa interessante è che, con cinque monitor, lo spettatore può ogni volta seguire un racconto diverso, spostando liberamente l’attenzione. Se torni a vederla, non sarà mai la stessa: cambia in base a dove guardi.
Nel finale, poi, i racconti si intrecciano, le immagini si mescolano e tutto diventa più confuso — dipende anche da come uso il mixer.
In un certo senso, la storia muta a ogni visione e in base alle persone presenti: forse la performance è “uguale”, ma ciascuno vive un racconto diverso.


È interessante: non un documento chiuso, ma una performance che si trasforma, come la memoria che cambia a seconda del contesto. Ricordiamo sempre per frammenti.

Esatto. I ricordi, per esempio, di una vacanza in Puglia — per me a 14 anni, quando non avevo voglia di andarci con i miei — sono diversi da quelli di mia madre. Guardare quella videocassetta suscita emozioni completamente differenti in noi due. E tu, che non c’eri, proverai qualcosa di diverso ancora.
Ci sono esperienze che ci accomunano, come un Natale o un matrimonio, ma ognuno le ricorda a modo suo. Forse è per questo che la performance riesce a coinvolgere anche chi non ci conosce.

Chiedo esplicitamente al pubblico di non fare foto o video. Non perché non voglia che finisca sui social, ma perché deve essere vissuto lì, in quel momento: altrimenti si perde tutto. Questa scelta “vintage” di non documentare riporta le persone dentro quel contesto, in quell’epoca. È qualcosa che puoi vivere solo stando lì.
È molto diverso da un documentario, che puoi vedere ovunque. Per me era importante far rivivere al pubblico ciò che io ricordavo: visto sul cellulare o su un monitor non è la stessa cosa
. La vera condivisione è trovarsi in un posto e vivere insieme un’esperienza. La performance mi ha permesso di condividere il mio desiderio con persone che non conoscevo. È importante, soprattutto perché è un materiale molto personale: esporlo in una forma temporanea, non fissa né replicabile, ha ancora più senso.
C’è in quel momento, poi non c’è più.


Come hai lavorato con il musicista che accompagna la performance?
Come avete costruito il dialogo tra immagini e suoni?


Maurizio (Vescovi) è il mio compagno ed è vicino alla mia situazione familiare. Era naturale pensare a lui: avrebbe avuto la sensibilità che una persona esterna forse non avrebbe avuto, sia nel trattare il materiale sia nel rispettare i miei tempi.
Gli ho fatto vedere i montaggi per entrare nello stile narrativo che mescola mio papà e me: i suoni di famiglia (voci, parlato, ambiente). Ha capito quali suoni usare per il tappeto sonoro e quali per enfatizzare momenti importanti. C’è una risata mia e di mio padre in spiaggia: ricorre perché per me è fondamentale.
Gli ho indicato i suoni che dovevano tornare; poi gli ho lasciato libertà. A un certo punto nella performance restano solo i suoni: è curioso, perché ciò che dimentichiamo più in fretta sono le voci delle persone che non ci sono più. Io faccio il percorso inverso: le immagini spariscono, restano i suoni. Maurizio ha un ruolo cruciale: sono i suoni ad accompagnare la chiusura e a rimanere nelle orecchie del pubblico.


Come sei arrivata alla produzione della performance?

Grazie all'associazione lasecondaluna e alla curatrice Samira Mosca, che ha condiviso con me un lutto simile. Ho lavorato allo Spazio AMA, un luogo ideale per sperimentare con monitor, registratori e materiali fisici.
Lì ho potuto costru­ire lo spazio chiuso della performance, simile alla "dispensa" dove mio padre montava i filmati. 


Confrontarti con un archivio personale e renderlo pubblico, attraverso una performance, non è semplice.
Che significato ha per te questo progetto?


E' stato soprattutto un modo per elaborare ii lutto. La prima volta che ho mostrato questa performance è stata un'espe­rienza molto intensa, quasi devastante. 
Non so se realizzerò altre performance o se la porterò in altri contesti: per ora voglio semplicemente godermi ciò che questa esperienza mi sta restituendo e capire come viene percepita dal pubblico. 
La grande differenza rispetto a un documentario è che qui non avevo un cliente o un produttore: ero solo io e mio padre.
E' stato un lavoro intimo, senza compromessi, e questo lo rende speciale.


Da cosa nasce ii titolo BETA? 

Dai nastri Betamax che usava mio padre, su cui annotava a mano i contenuti delle cassette, e io ho fatto lo stesso. 
Nella performance le nostre scritture si intrecciano, creando un dialogo tra passato e presente. 
E' anche un riferimento alle onde cerebrali beta, che selezionano cosa ricordare e cosa dimenticare. 
Le informazioni che teniamo a mente non sono stabili come una luce accesa: "lampeggiano" in attesa di essere selezionate, in attesa di decidere cosa tenere e cosa lasciare andare.

Archivio Marina Baldo / Beta

 Marina Baldo  è filmmaker e documentarista, formata alla Zelig, scuola di documentario di Bolzano. Dal 2017 realizza progetti video seguendo ogni fase del processo creativo, dall’ideazione alla post-produzione.
Negli ultimi anni ha avviato una ricerca che intreccia il linguaggio documentario con la performance.
Beta è la sua prima opera performativa.

Vincenzo Mancuso è documentarista e filmmaker. La sua ricerca si concentra sulla documentazione audiovisiva, con particolare attenzione alle narrazioni sociali e storiche. Ha realizzato numerosi documentari e ha fondato un archivio che raccoglie materiali contemporanei insieme a pellicole 16mm e Super 8 dagli anni ’30 agli ’80. È fondatore e curatore di ANALOGICA.

© Luglio 2025 / Vincenzo Mancuso / Analogica
Foto Anna Cerrato // Still Archivio Marina Baldo


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