UN INCONTRO CON MICHELE MANZOLINI
DECODIFICARE LA MEMORIA
Il riuso dei film familiari e amatoriali
di Vincenzo Mancuso
Gli archivi sono al centro dei tuoi film ormai da molti anni: cosa ti ha avvicinato al loro uso, cosa ti ha portato a concentrarti così tanto su questi materiali?
Sì, in effetti lavoro con i film d'archivio da quasi vent'anni. All'inizio, con il mio co-regista Federico Ferrone, ci dedicavamo a documentari in cui il riuso del materiale visivo non era ancora centrale. Entrambi, però, abbiamo una formazione accademica a cavallo tra storia e cinema; per questo la dimensione storica è sempre stata un pilastro fondante dei nostri progetti, sia nelle tematiche trattate sia nell’approccio metodologico.
Il primo film per cui abbiamo collaborato con un archivio è stato Il treno va a Mosca, un film del 2013 costruito quasi interamente con materiali amatoriali, che però nasceva da un'idea diversa: raccontare il momento storico dell'Emilia-Romagna degli anni ’50, cosa fosse, allora, il vecchio Partito Comunista. Durante la ricerca, grazie al produttore Claudio Giapponesi, abbiamo incontrato l'archivio Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia.
Lì abbiamo scoperto alcuni fondi filmici che sono diventati pian piano il cuore dell'opera.
Il potenziale narrativo dei film amatoriali era già evidente in quel primo film d’archivio (che si può comunque definire un documentario d’archivio, nel senso che è una storia reale, con documenti filmici reali, raccontata da uno dei protagonisti, anche se con una costruzione narrativa molto libera). Sono immagini preziose e molto intime. Una vera e propria memoria filmata. È stato fondamentale il lavoro svolto dalla montatrice Sara Fgaier: per noi è stato un momento di apprendimento su quale sguardo utilizzare e sulle innumerevoli possibilità insite in quei materiali.
La forza narrativa delle immagini amatoriali andava oltre il loro valore di documento o il loro valore storico. Avevano una vera e propria qualità cinematografica. L’interpretazione che puoi darne o le storie che puoi trarne - anche diverse o opposte rispetto a quello che raccontano le immagini originarie - sono tra le cose più stimolanti e creative di questo lavoro di riuso.
Tu e Federico quindi partite sempre dagli archivi, cioè il film nasce attraverso la visione degli archivi, e solo dopo elaborate il progetto?
Sì. Con il tempo abbiamo affinato questo metodo, ed è senz'altro la strada che per noi funziona meglio. Accostarsi all'archivio con una storia già rigida in mente si rivela quasi sempre fallimentare: si rischia la frustrazione di non trovare ciò che si cerca, oppure di rintracciare immagini pertinenti solo in superficie, mai del tutto aderenti all'idea iniziale.
Partendo dalle immagini, invece, si può tracciare un canovaccio o un trattamento da verificare e rielaborare nelle fasi successive, dalla scrittura al montaggio, dove spesso il progetto cambia (sempre e inevitabilmente) radicalmente forma. Ciò che rimane inalterato è il punto di partenza: l'immagine è il tassello fondante di ogni nostra storia.
Al di là dell'idea iniziale — che si trattasse di esplorare gli anni ’50 per Il treno va a Mosca, o di far dialogare le pellicole di Home Movies con i film di propaganda dell'Istituto Luce per Il Varco —, la nostra priorità è sempre il tempo. Ci serve tempo per perderci nella ricerca, visionare i filmati e studiare i contesti, finché non individuiamo quel nucleo visivo che ci suggerisce che la storia merita davvero di essere raccontata. La disponibilità di tempo e un’attitudine alla ricerca accurata cambiano radicalmente il risultato finale.
Poi, come strutturare il film, è un altro discorso: Il treno va a Mosca è una storia reale, Il Varco è una storia totalmente inventata, ma che parte comunque da immagini reali, che restano sempre il punto di partenza. Per noi l'archivio genera la storia, non il contrario.
Ne Il Varco, che hai appena citato, la storia è di finzione ma è narrata attraverso materiali d'archivio privati. In che modo ti poni davanti a questi materiali, nel momento in cui li metti a disposizione di un progetto che non è documentario?
Il modo in cui ti poni rispetto a un archivio, a un fondo filmico, a un fondo amatoriale, e quindi anche rispetto alla famiglia o al cineamatore che sta dietro a quelle immagini, è per me, in assoluto, l’interrogativo etico e estetico più importante. Non ci si deve chiedere soltanto “quanto è bello ciò che sto guardando?”, ma soprattutto “quanto riesco davvero a comprenderlo?”
Lo studio storico e archivistico che precede la fase creativa è, per me, fondamentale: è un modo di porsi le domande giuste. Perché credo che la manipolazione sia possibile solo se te la puoi permettere: devi aver davvero studiato e capito cosa stai guardando, l’origine e lo sguardo che sta dietro ciascuna immagine. Solo allora puoi permetterti di ricollocarla altrove, in una storia altra.
Il Varco ne è un esempio calzante: è un film che parla di un soldato che parte per il fronte orientale durante la seconda guerra mondiale, si perde e muore in quella campagna. L'idea di lavorare su quella storia è nata trovando nell’archivio di Home Movies due fondi filmici di altrettanti soldati che avevano filmato quella guerra con cineprese amatoriali.
Sul primo fondo avevamo informazioni dettagliate, grazie alla collaborazione della famiglia nella catalogazione. I figli del cinematore erano felici di mettere le immagini a disposizione, ma a una condizione: non volevano che il film coincidesse con la biografia del loro padre. L'altro fondo apparteneva invece a una famiglia che non sapeva quasi nulla dei film girati dal padre in Unione Sovietica. Come accade di frequente, chi fa ritorno da un conflitto armato tende a non rievocare quell'esperienza. Entrambi i soldati erano reduci tornati a casa quasi miracolosamente, portando con sé le proprie pellicole.
Abbiamo deciso di intrecciare questi due sguardi diversi per costruire uno sguardo inventato ma storicamente plausibile di un soldato al fronte. Inoltre abbiamo messo in relazione i film amatoriali con quelli di propaganda, prodotti dal Luce. È stata la formula più libera e, al tempo stesso, più coerente per raccontare quella storia. Per costruire la voce narrante abbiamo usato sia elementi biografici dei due cineamatori sia molti diari e memoriali di altri soldati che avevano raccontato la propria esperienza su quel fronte.
È chiaro che si tratta di un tentativo, anche un po' di un gioco: creare un film di finzione a partire da documenti reali. L'uso di immagini autentiche non costituisce però un tradimento del materiale originario; è piuttosto un modo di elevare, in forma poetica, ciò che quei due soldati avevano filmato.
In Il Varco avete lavorato soprattutto con gli archivi dell'Istituto Luce e con quelli di Home Movies: che differenza senti nel lavorare su due fonti d'archivio così diverse?
Lavorare con le pellicole del Luce, come con qualsiasi archivio di propaganda, impone di interrogarsi sulla genesi delle immagini e sulla loro veridicità. Molte delle riprese impiegate nel Varco, infatti, erano verosimilmente messe in scena o girate a grande distanza dal fronte reale, una pratica comune all'epoca, concepite con la precisa finalità ideologica di mostrare solo ciò che il regime desiderava narrare.
Mentre lo sguardo di un soldato che parte per il fronte con una cinepresa è a metà strada tra l'esotico, il turistico e l’avventuroso. È il tentativo di documentare "il viaggio della vita", che poi, pian piano, si trasforma in una sorta di incubo. È uno sguardo molto diverso da quello costruito a tavolino dal cinema di propaganda.
Per rimontare i film amatoriali è necessario compiere un lavoro di indagine quasi archeologica: bisogna studiarli a fondo per individuare le tracce di chi stava dietro la macchina da presa e, a partire da quei frammenti discontinui, ricomporre uno sguardo coerente. Con la propaganda fascista del Luce, al contrario, il gesto è opposto: non si tratta di edificare, ma di decostruire. Devi smontare la narrazione di regime, disinnescare la sua architettura ideologica per poter riutilizzare la materia visiva in una direzione diversa. Si tratta di due logiche di montaggio opposte.
Parlando di sguardi da costruire: nel film La Liberazione avete raccontato, credo per la prima volta, un momento storico quasi interamente attraverso materiali amatoriali, proponendo un punto di vista piuttosto inedito.
Durante gli ultimi periodi della Resistenza, o poco dopo, erano stati girati dei documentari, anche da grandi registi, che raccontavano quei momenti, ma sempre con uno sguardo documentaristico.
I film amatoriali sulla liberazione o sulla Resistenza erano sempre rimasti poco visibili, conosciuti solo in modo molto frammentario. La memoria visiva della liberazione è sempre stata, in qualche modo, quella dei newsreel americani: i documentaristi americani che che documentavano la risalita della penisola e la progressiva liberazione delle città. Esiste infatti un vuoto iconografico che si colloca tra la fine della propaganda del Luce e l'arrivo delle truppe alleate.
Abbiamo provato a colmare questo vuoto con gli sguardi delle cineprese amatoriali. È stata un'idea di Paolo Simoni, direttore di Home Movies sviluppata poi con Elena Pirazzoli in collaborazione con Paola Olivetti e Micaela Veronesi dell'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino, istituzione che ha curato negli anni innumerevoli interviste e documentari sull’argomento.
Abbiamo raccolto immagini da molti archivi filmici italiani, per poi montarli assieme con una formula molto semplice. Senza manipolare i frammenti, mantenendoli il più possibile integri. Abbiamo selezionato delle parti, ma non abbiamo rimontato le sequenze. Li abbiamo lasciati il più possibile nelle loro forma originale e li abbiamo assemblati per trovare una narrazione lineare e cronologica, ben definita dai testi degli intertitoli.
Una partitura sonora composta da Guglielmo Pagnozzi e alcuni frammenti di voce costituiscono invece la traccia sonora.
È stato un privilegio e un’emozione potersi immergere in immagini così preziose e uniche.
Nel film prevalgono quindi i materiali amatoriali, o ci sono anche fondi più istituzionali?
In realtà, istituzionali non ce ne sono: sono tutti film girati con cineprese in formato ridotto da cineamatori tecnicamente più o meno bravi.
Ad esempio c'è Antonio Marchi, un regista in erba che filma la liberazione di Montechiarugolo. Per quella sequenza abbiamo usato la voce di Bernardo Bertolucci, tratta da una vecchia intervista, che da bambino era rimasto impressionato proprio dalla descrizione unica e sorprendente dei partigiani realizzata da Marchi.
Altri autori sono delle persone comuni: uno studente di architettura, un medico, e persino un sacerdote, Don Giuseppe Pollarolo (forse il caso più eccezionale di un racconto della Resistenza fatto mentre la Resistenza ancora si stava facendo). Sono quindi tutti sguardi dal basso, che da privati si fanno pubblici. Sono momenti di vita quotidiana che ci mostrano la realtà più genuina e popolare dell’epoca.
Non solo i momenti drammatici, ma anche la quotidianità, i sorrisi e la serenità di quei mesi, catturati spesso con la piena consapevolezza del loro valore storico.
Penso alla sequenza girata dalla finestra a Roma, che è un documento davvero straordinario per la sua immediatezza.
Sono immagini girate in 9,5mm da Adriano Agottani, un cineamatore romano. Roma era occupata, e non abbiamo film che raccontano la liberazione della città, l'istante prima dell'arrivo degli americani. Agottani cattura la tensione e l'incertezza del momento, intuendo che qualcosa sta cambiando nel momento in cui vede i veicoli tedeschi allontanarsi rapidamente. La liberazione di Roma è, in qualche modo, abbastanza improvvisa, e lui ne coglie l'istante in cui accade. Tutta la prima parte è filmata dalla finestra, quasi con paura. Ma con l’urgenza di documentare comunque cosa stia accadendo, A un certo punto Agottani scende in strada, e lo stupore del momento si legge negli sguardi delle persone filmate: c'è un uomo che imbraccia un fucile, la gente è incredula, non capisce bene cosa stia accadendo. Molti, tra cui lo stesso Agottani, si spostano verso via Tasso, dove c'era il carcere e la sede della Gestapo: le persone stanno uscendo, non ci sono più i tedeschi, e lui va subito a documentare quella scena. Poco dopo arrivano le prime colonne dei soldati alleati, e Agottani filma anche il loro arrivo. C'è in tutto questo la necessità di documentare, dell'essere testimoni, al tempo stesso della paura e poi dell'esplosione di felicità, senza nessun tipo di costruzione.
Il lavoro che c'è dietro gli archivi, soprattutto quelli di famiglia, diventa quasi un lavoro archeologico. Vai a cercare delle tracce, e poi devi ritrovare il senso che quella traccia porta con sé, devi cercarne il contesto.
Sì, assolutamente. Anche perché i film amatoriali, a differenza dei film di finzione o dei documentari hanno una sintassi filmica tutta loro. Sono film girati per cogliere il quotidiano, immortalare un ricordo, un momento felice, spesso con un montaggio realizzato direttamente in macchina. Di conseguenza mancano tutti gli elementi contestuali che servirebbero per decodificare le immagini senza una testimonianza orale che le accompagni. Ad esempio abbiamo perso ore a cercare di capire dove fosse la finestra da cui filmava Agottani, con la mappa di Roma alla mano. Capire i suoi spostamenti o dove si trovi l'inquadratura successiva, perché potrebbe essere girata un minuto dopo, come tre ore dopo, in un'altra parte della città. Non c'è una progressione coerente nel flusso di coscienza visivo delle riprese amatoriali: seguono una logica caotica e imprevedibile. Ed è anche uno dei motivi per cui è così stimolante lavorare con questo tipo di immagini: è un processo frammentario che procede con grande incertezza, aperto a molte interpretazioni possibili.
Quasi tutti questi materiali d'archivio sono muti, non c'è audio.
Aggiungere un suono, una sonorizzazione, magari una musica o una voice over, ha un impatto non da poco. Come affronti questa parte?
Trattandosi di film in prevalenza muti, la sonorizzazione costituisce un atto creativo di forte impatto, paragonabile al montaggio visivo, poiché altera radicalmente la percezione dell'immagine. Il suono permette di modulare il tono emotivo, rafforzare la struttura narrativa o persino ribaltare il significato originario della sequenza.
Ed è anche per questo che definiamo spesso i nostri film dei lavori collettivi. In film del genere il lavoro del musicista e del sound design è importante quanto quello del regista o del montatore. E in genere cerchiamo di fare in modo che il lavoro sul sonoro vada di pari passo con quello del montaggio, intrecciandosi e dandosi stimoli a vicenda.
Su materiali così ricchi, la possibilità di confrontarsi, di avere più visioni sullo stesso materiale, aiuta tantissimo, perché un materiale può raccontarti talmente tante cose diverse che serve avere più ascolti, più punti di vista.
Dalla conservazione al restauro, fino alla catalogazione, alla ricerca storica e alla scrittura, la realizzazione di questi film poggia sul contributo di un gruppo di lavoro articolato. Nel caso de La Liberazione, il confronto costante tra archivisti e storici è stato determinante. Sono sguardi molto differenti tra loro, che colgono aspetti diversi, proprio perché, come dicevamo prima, mancando una vera grammatica cerchi di leggere questi materiali a partire da quello che sai, da quello che conosci. La comprensione è spesso incompleta. Io credo sia necessaria la condivisione con più persone possibile, che possono vedere in quei materiali qualcosa che tu non vedi. È un momento molto stimolante: interrogare insieme questi documenti per trovare strategie di narrazione comuni tra persone con sguardi e approcci diversi.
Com'è cambiato, secondo te, l'uso che si fa oggi degli archivi amatoriali, rispetto a vent'anni fa? Sono molto più presenti nelle produzioni, non solo in quelle indipendenti. Pensi ci sia una consapevolezza nuova su questo tipo di materiale?
Non so se ci sia più consapevolezza. Dipende da tante cose. Da una parte c'è la crescita di produzioni, documentari o serie televisive, che usano materiali d'archivio, anche se non sempre nella forma libera a cui eravamo abituati anni fa. Spesso oggi vengono usati in modo puramente illustrativo, a sostegno di quanto viene detto a parole, più che in una forma realmente creativa. E con una ricerca spasmodica e un po’ inutile dell’inedito.
Dall'altra parte, però, c'è anche un'infatuazione un po’ programmatica per la ricerca di uno sguardo diverso, più traballante e soggettivo. La consapevolezza, insomma, c'è solo in parte. I film sono più accessibili rispetto ad alcuni anni fa. Non tutti gli archivi sono accessibili online, ma pian piano l'accesso sta diventando più diretto, con una grande democratizzazione nella possibilità di vedere materiali che prima magari non si sapeva nemmeno esistessero. Quando la ricerca di nuove strade va di pari passo con il rispetto dei film si vedono i risultati migliori.
C’è molta attenzione al riuso d’archivio e anche molta libertà e inventiva nell’approccio dei registi o degli artisti più giovani. Non so se questa infatuazione per l’analogico continuerà, ma rappresenta indubbiamente una forma di resistenza all’abuso di immagini reali o sintetiche del presente.
Michele Manzolini, regista e sceneggiatore, ha diretto con Federico Ferrone Il treno va a Mosca (2013), Il Varco (2019) e I fratelli Segreto (2025) film costruiti con repertori cinematografici alla frontiera tra archivi, documentario e finzione. I suoi film sono stati selezionati e premiati ai festival di Venezia, Torino, Roma, Karlovy Vary, Shanghai, DocsBarcelona. Il Varco ha ottenuto nel 2020 l’European Film Award (EFA) per il miglior montaggio europeo. È responsabile delle ricerche e delle produzioni presso la Fondazione Home Movies — Archivio Nazionale del Film di Famiglia, per la quale ha curato i film 9 1/2 (2022) e La Liberazione, un film di famiglia (2025).
Vincenzo Mancuso è documentarista e filmmaker. La sua ricerca si concentra sulla documentazione audiovisiva, con particolare attenzione alle narrazioni sociali e di memoria.
E’ il referente del progetto di documentazione DocumentaFilm, e cura un archivio di orphan films, che raccoglie e preserva pellicole dagli anni '20 agli anni '80.
È fondatore e curatore di ANALOGICA.
Immagini :
Il Varco di Federico Ferrone e Michele Manzolini, 2013
La Liberazione, un film di famiglia a cura di Michele Manzolini e Paolo Simoni, 2025
© Agosto 2026 / Vincenzo Mancuso / Analogica