UN INCONTRO CON MICHELE MANZOLINI
DECODIFICARE LA MEMORIA
Il riuso dei film familiari e amatoriali

di Vincenzo Mancuso


Gli archivi sono al centro dei tuoi film ormai da molti anni: cosa ti ha avvicinato al loro uso, cosa ti ha portato a concentrarti così tanto su questi materiali?

Sì, in effetti sono quasi vent'anni che lavoro su materiali di found footage e materiali d'archivio. All'inizio, con il mio co-regista Federico Ferrone, lavoravamo a documentari in cui l'archivio non era così centrale; entrambi, però, abbiamo fatto percorsi di studio a cavallo tra la storia e il cinema, per cui l'aspetto storico è sempre stato fondante, sia nei temi dei film sia nell'uso della ricerca.

Il primo film per cui abbiamo collaborato con un archivio è stato Il treno va a Mosca, un film del 2013 costruito quasi interamente su materiali amatoriali d'archivio, che però nasceva da un'idea diversa: raccontare il momento storico dell'Emilia-Romagna degli anni Cinquanta, cosa fosse, allora, il vecchio Partito Comunista, e cosa stesse diventando a cavallo tra il '56 e il '57. È stato un po' un caso fortuito, nella fase di ricerca, l'aver incontrato Home Movies e l'aver trovato al suo interno dei materiali che sono via via diventati il cuore del film.

Il potenziale narrativo dei film amatoriali mi era già evidente in quel primo documentario (che resta comunque un documentario, nel senso che è una storia reale, con materiali reali, raccontata da uno dei protagonisti, anche se con una costruzione narrativa molto libera e visivamente molto bella). In quel montaggio ci ha aiutato molto Sara Fgaier: per me è stato un grande momento di apprendimento, su come si lavora, su quale sguardo utilizzare, su che possibilità ti può dare lavorare con quel tipo di materiale.

Mi sono reso conto che quella potenzialità andava al di là del valore intrinseco della storia reale: l'interpretazione che puoi darne, o le storie che puoi trarne (anche diverse, anche completamente opposte o parallele rispetto al materiale originario) sono la cosa più stimolante, dal punto di vista creativo, di questo tipo di lavoro. Da lì sono nati diversi altri progetti basati sull'archivio, alcuni con interventi più creativi e liberi, legati alla finzione, ma sempre a partire da materiali d'archivio.

Tu e Federico quindi partite sempre dagli archivi, cioè il film nasce attraverso la visione degli archivi, e solo dopo elaborate il progetto?

Sì. Credo sia una cosa che si è affinata un po' nel tempo, ma resta comunque la strada che dà il risultato migliore. L'approccio all'archivio con una storia già costruita, secondo me, è sempre fallimentare: c'è la frustrazione di non trovare quello che stai cercando, oppure di trovare qualcosa che in qualche modo tocca la tua storia, ma che non lo sarà mai fino in fondo.

Partendo dalle immagini puoi costruire un canovaccio, un trattamento, che poi va ovviamente verificato nelle altre fasi del lavoro (dalla scrittura al montaggio) e molto spesso il lavoro cambia radicalmente rispetto alla fase di ricerca. Quello che non cambia è che il punto di partenza resta l'immagine: credo sia l'elemento fondativo della storia in ciascuno dei film su cui lavoriamo.

Al di là dell'idea di voler lavorare sugli anni Cinquanta come per Il treno va a Mosca, o sull'unione tra Home Movies e i film di propaganda dell'Istituto Luce negli anni Quaranta (che è stato il punto di partenza de Il Varco, dove si cercava una storia che unisse questi due archivi), è sempre la possibilità di permettersi di perdere tempo, guardando tantissimo materiale d'archivio, a far nascere la storia che vogliamo infine raccontare. Significa cercare tra tutto il materiale, fino a trovare quello che può essere il cuore, l'immagine che in qualche modo ti dice: questa storia merita davvero di essere vista. È il tempo, e la disposizione per poter fare una ricerca accurata, a cambiare tutto.

Poi, come strutturare il film, è un altro discorso: Il treno va a Mosca è una storia reale, Il Varco è una storia totalmente inventata, ma che parte comunque da immagini reali, che restano sempre il punto di partenza. Per me l'archivio genera la storia, non il contrario.

Il Varco un film di  Federico Ferrone e Michele Manzolini

Ne Il Varco, che hai appena citato, la storia è di finzione ma è narrata attraverso materiali d'archivio privati. In che modo ti poni davanti a questi materiali, nel momento in cui li metti a disposizione di un progetto che non è documentario?

Il modo in cui ti poni rispetto a un archivio, a un fondo filmico, a un fondo amatoriale, e quindi anche rispetto alla famiglia che sta dietro a quelle immagini, è per me, in assoluto, la domanda fondamentale: quanto è bello quello che sto vedendo, ma soprattutto quanto capisco quello che sto vedendo.
Lo studio archivistico che precede la fase creativa è, per me, fondamentale: è un modo di porsi le domande giuste rispetto a questi materiali, perché credo che la manipolazione sia possibile solo se te la puoi permettere: devi aver davvero capito quel tipo di materiale, e renderti conto che può portarti altrove.
Il Varco ne è un esempio molto concreto: è un film che parla di un soldato che parte per la campagna di Russia, si perde e muore in quella campagna. L'idea di lavorare esattamente su quella storia è nata guardando i film di quegli anni (anni Trenta e Quaranta) nell'archivio di Home Movies, e trovando prima un fondo, a cui poi, in fase di lavorazione, se ne è aggiunto un altro. Due fondi di due soldati diversi che avevano filmato quella guerra.

Uno dei due fondi aveva molte informazioni. La famiglia conosceva la storia dei materiali, si sapeva chi aveva filmato (in questo caso il padre degli eredi che avevano portato i film a Home Movies) e poneva una condizione: erano felici di collaborare al film, di mettere a disposizione le proprie immagini per un'opera di creazione, ma non volevano che raccontasse davvero la storia del proprio padre. In qualche modo, insomma, non volevano che fosse la loro storia. L'altro fondo, forse la base più grande e più corposa, apparteneva invece a una famiglia che sapeva pochissimo della guerra e non aveva quasi nessuna informazione sui film girati dal padre durante la campagna di Russia. Come spesso succede, chi torna dalla guerra ha poi molto poco interesse, o voglia, di raccontare e di parlarne. Probabilmente erano film girati con uno spirito diverso, e poi accantonati, una volta che entrambi questi soldati erano riusciti a tornare a casa.

Unire i due fondi ci è sembrata la forma più rispettosa nei confronti delle richieste delle famiglie, oltre che un modo per superare la mancanza di informazioni che avevamo su uno dei due archivi. Abbiamo unito anche altri materiali d'archivio (alcuni diari, alcuni memoriali) e parte di materiali non amatoriali, cioè quelli di propaganda dell'Istituto Luce. È stata la formula più libera e, al tempo stesso, più coerente per raccontare quel tipo di storia.

È chiaro che si tratta di un tentativo, anche un po' di un gioco: creare un film di finzione a partire da materiali reali. Ma il fatto che siano reali non penso sia stato un tradimento del materiale originario; è piuttosto un modo di raccontare, in forma poetica, ciò che quei due soldati avevano filmato.
Inventarsi un'altra storia a partire dal materiale d’archivio non funziona per tutti i tipi di archivio. Ed è necessario un approccio fondato sullo studio dei materiali e dello sguardo di chi ha filmato. E’ un percorso difficile, ma è quello che garantisce di non tradire troppo violentemente le immagini.

In Il Varco avete lavorato soprattutto con gli archivi dell'Istituto Luce e con quelli di Home Movies: che differenza senti nel lavorare su due fonti d'archivio così diverse?

Con il materiale Luce, come con qualsiasi archivio di propaganda, devi interrogarti sulle motivazioni che stanno dietro quell'immagine, e anche sulla sua realtà. Molto spesso, infatti, come nel caso di numerose immagini usate ne Il Varco, si tratta probabilmente di messe in scena, o di riprese girate in luoghi molto lontani dal vero fronte, una pratica comune all'epoca.
Mentre lo sguardo di un soldato che parte per il fronte e filma è a metà strada tra l'esotico, il turistico e il goliardico. È il tentativo di documentare "il viaggio della vita", che poi, pian piano, si trasforma in una sorta di incubo. È uno sguardo molto diverso da quello costruito a tavolino, cioè il materiale di propaganda.
Con l' archivio amatoriale devi in qualche modo costruire uno sguardo; con la propaganda, o con il documentario del Luce in generale, devi invece decostruire quello sguardo per poterlo riutilizzare. Sono due logiche diverse.

Parlando di sguardi da costruire: nel film La Liberazione avete raccontato, credo per la prima volta, un momento storico quasi interamente attraverso materiali amatoriali, proponendo un punto di vista piuttosto inedito.

Sì, effettivamente non c'era niente di totalmente amatoriale su quel momento storico. Durante gli ultimi periodi della Resistenza, o poco dopo, erano stati girati dei documentari, anche da grandi registi, che raccontavano quei momenti, ma sempre con uno sguardo documentaristico.
Il punto di partenza è stata l'idea che esistessero in tutti gli archivi italiani materiali che raccontano il momento della Liberazione (o quantomeno della Resistenza) da punti di vista molto diversi tra loro, ma che erano sempre rimasti poco visibili, conosciuti solo in modo molto frammentario. Da qui la scelta di metterli insieme per mostrare uno sguardo assolutamente inedito.
Il nostro sguardo sulla Liberazione è sempre stato, in qualche modo, quello del cinema americano: i documentaristi americani che raccontavano, pian piano, la risalita dell'Italia e la presa delle varie città. C'è un vuoto di immagini che coincide con la fine della propaganda dell'Istituto Luce e l'arrivo degli Alleati, un vero e proprio buco visivo in quei momenti.
Abbiamo provato a colmarlo con questi sguardi amatoriali. È stata un'idea di Paolo Simoni, il direttore dell'archivio di Home Movies, pensata insieme ad altri archivi, tra cui l'Istituto Storico Parri di Bologna e l'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino, che raccoglie moltissimi materiali legati alla Resistenza e che negli ultimi trent'anni ha curato innumerevoli interviste e recuperato molti altri materiali.
Abbiamo coinvolto gli archivi chiedendo cosa esistesse, per poi mettere tutto insieme con una formula molto semplice. Senza manipolare i materiali, mantenendoli il più possibile integri. Abbiamo selezionato delle parti, ma non abbiamo rimontato le sequenze. Li abbiamo lasciati il più possibile nelle loro forma originale, e li abbiamo assemblati per trovare una narrazione lineare e cronologica che toccasse un po' tutte le liberazioni. Si parte infatti dal '43 per arrivare al '45, e man mano che il fronte si sposta cambiano anche gli sguardi: le liberazioni, ovviamente, sono tante, e nel corso degli anni cambiano il tono e il tipo di immagini.
Facendo questa ricerca sono saltati fuori anche materiali inediti, mai visti prima. La scelta è stata fatta tra moltissimi film: è stato un privilegio poter guardare quel tipo di immagini e poterle selezionare. Più che un film di montaggio, alla fine, è un film di selezione.

Nel film prevalgono quindi i materiali amatoriali, o ci sono anche fondi più istituzionali?

In realtà, istituzionali ce ne sono pochi. Magari sono conservati da archivi più ufficiali, ma restano comunque, per lo più, materiali girati con cineprese amatoriali. Ad esempio c'è Antonio Marchi, che era un po' un regista in erba e che filma la liberazione di Montechiarugolo, dove c'era la presenza dei partigiani. Per quella sequenza abbiamo usato la voce di Bernardo Bertolucci, che da bambino era rimasto impressionato proprio da quelle immagini di Marchi. Sono immagini molto lontane dall'idea che abbiamo del modo di vestire e di muoversi dei partigiani, davvero uniche.
Altri autori sono, per esempio, uno studente di architettura, un medico, e poi c'è un prete, Don Giuseppe Pollarolo (forse il caso più eccezionale di un racconto della Resistenza fatto mentre la Resistenza si stava facendo).
Quei film servivano anche a portare nuove persone verso la Resistenza. Ci sono quindi tutti questi sguardi amatoriali, diversi tra loro, che colgono in alcuni casi momenti storici assolutamente incredibili, come la liberazione di Bologna o l'ingresso a Torino. Sono esattamente quello che dicevamo prima: un cineamatore che a un certo punto capisce che quel momento è un momento storico e si fa documentarista.
C'è, da una parte, l'essere presenti in quell'istante, e dall'altra il cercare di documentarlo e testimoniarlo, consapevoli che si tratta di un evento evidentemente storico.

LA LIBERAZIONE, un film di famiglia by Michele Manzolini, Paolo Simoni

Penso alla sequenza girata dalla finestra a Roma, che è un documento davvero straordinario per la sua immediatezza.

È un fondo di Adriano Agottani, un cineamatore romano, e sono pochissime immagini. Roma era occupata, e non abbiamo film che raccontano la liberazione della città, l'istante prima dell'arrivo degli americani. Agottani filma soprattutto la spontaneità e la paura di quel momento, perché capisce che sta succedendo qualcosa: vede le macchine dei tedeschi allontanarsi in fretta, segno che stanno scappando. La liberazione di Roma è, in qualche modo, abbastanza improvvisa, e lui ne coglie l'istante, ma tutta la prima parte è filmata dalla finestra.
A un certo punto scende in strada, e lo si vede negli sguardi delle persone: c'è quest'uomo che imbraccia un fucile, e la gente è incredula, non capisce bene cosa stia accadendo. Molti, tra cui lo stesso Agottani, si spostano verso via Tasso, dove c'era il carcere e la sede delle SS: anche lì trovano tutto vuoto, le persone stanno uscendo, e lui va subito a documentare quella scena. Poco dopo arrivano le prime colonne dei soldati alleati, e filma anche il loro arrivo.
C'è in tutto questo l'elemento del documentare, dell'essere testimoni, al tempo stesso, della paura e poi dell'esplosione di felicità, senza nessun tipo di costruzione, perché è davvero un diario filmato di quella giornata.

Il lavoro che c'è dietro gli archivi, soprattutto quelli di famiglia, diventa quasi un lavoro archeologico. Vai a cercare delle tracce, e poi devi ritrovare il senso che quella traccia porta con sé, devi cercarne il contesto.

Sì, assolutamente. Anche perché i film amatoriali, a differenza degli altri, non hanno una grammatica: sono filmati spesso girati in camera e montati in camera, in alcuni casi senza un vero destinatario. Chi li gira, poi, monta il proprio materiale e costruisce magari dei film a partire da quello che ha filmato, ma nella maggior parte dei casi manca completamente la grammatica filmica. Mancano tutti gli elementi che servirebbero per decodificarli, se nessuno te li racconta. Devi andare a cercarli, ed è proprio questo che significa (come dicevi tu) fare un lavoro archeologico sul film stesso.

C'è poi tutta un'altra parte, di cui non abbiamo ancora parlato, che riguarda il recupero fisico della pellicola: la pulizia, il lavoro di restauro, che è un mestiere completamente diverso. C'è inoltre un lavoro di studio geografico: abbiamo perso giornate intere a cercare di capire dove fosse la finestra da cui filmava Agottani, con la mappa di Roma alla mano, per capire dove si sposta, dove si trova l'inquadratura successiva, perché potrebbe essere girata un minuto dopo, come tre ore dopo, in un'altra parte della città. Non c'è una progressione coerente nel flusso di coscienza visivo di quelle riprese.

Questo vale per i film di Agottani su Roma, ma vale praticamente per tutti i film di famiglia: seguono una logica più vicina alla memoria che a una vera narrazione. Ed è anche uno dei motivi per cui è così stimolante lavorare con questo tipo di materiali: non stai decostruendo un documentario con un inizio, una parte centrale, una svolta narrativa e una fine, ma stai interpretando un ricordo, una memoria, un frammento, e lo stai aprendo a molte interpretazioni possibili. Cerchi di decodificarlo da un punto di vista storico, ma anche di memoria.

Quasi tutti questi materiali d'archivio sono muti, non c'è audio.
Aggiungere un suono, una sonorizzazione, magari una musica o una voice over, ha un impatto non da poco. Come affronti questa parte?

È un grande salto, sì, assolutamente. Dato che quasi tutti i materiali sono muti, l'intervento del sonoro è un intervento violento quanto rimontare le immagini stesse, perché va a modificare la percezione che ne abbiamo. È, direi, il cinquanta per cento del lavoro su un film o su una sezione di questo tipo: è la parte che ti permette di lavorare dal punto di vista emotivo, di costruire la linea narrativa, oppure di ribaltare completamente il senso originario dell'immagine.
Io personalmente non lavoro sul suono, quindi il lavoro di scrittura sonora, o di sound design, su questo tipo di film è altrettanto creativo quanto quello di regia, assolutamente. Ed è anche per questo che per me si tratta soprattutto di lavori collettivi. In genere, un lavoro d'archivio si avvicina molto a questo: personalità diverse che lavorano, magari in fasi diverse, sul recupero dei film, sul restauro, sul recupero delle storie, sulla catalogazione, sulla valorizzazione. Mansioni completamente diverse tra loro, ma che non funzionano se non messe insieme.
È sempre molto stimolante poter contare su un gruppo.

Su materiali così ricchi, la possibilità di confrontarsi, di avere più visioni sullo stesso materiale, aiuta tantissimo, perché un materiale può raccontarti talmente tante cose diverse che serve avere più ascolti, più punti di vista.

Sì, è necessario anche il passaggio attraverso sguardi diversi: uno storico, uno storico militare, come nel caso de Il Varco, o anche semplicemente qualcuno che se ne intenda di cinema. Sono sguardi molto differenti tra loro, che colgono aspetti diversi, proprio perché, come dicevamo prima, mancando una vera grammatica cerchi di leggere questi materiali a partire da quello che sai, da quello che conosci. Quando saltano fuori delle pellicole nuove, la comprensione è interessante ma difficile: è necessaria la condivisione con più persone possibile, che possono vedere in quei materiali qualcosa che tu non vedi.

Anche nel caso de La Liberazione c'è tutto un apporto di studio storico e di recupero dei materiali, portato avanti da un altro gruppo di lavoro, Elena Pirazzoli, Paola Olivetti, Micaela Veronesi, insieme all'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino. Da una parte è più stimolante lavorare in più persone e condividere il percorso creativo; dall'altra, credo che la parte più bella del lavorare su questi materiali sia proprio il potersi interrogare insieme su questi film, e trovare strategie di narrazione comuni tra persone diverse.

Com'è cambiato, secondo te, l'uso che si fa oggi degli archivi amatoriali, rispetto a vent'anni fa? Sono molto più presenti nelle produzioni, non solo in quelle indipendenti. Pensi ci sia una consapevolezza nuova su questo tipo di materiale?

Non so se ci sia più consapevolezza. Dipende da tante cose.
Da una parte c'è la crescita di produzioni, documentari o serie televisive, che usano materiali d'archivio, anche se non sempre nella forma libera a cui eravamo abituati vent'anni fa. Spesso oggi vengono usati in modo puramente illustrativo, a sostegno di quanto viene detto a parole, più che in modo autonomo.
C'è poi l'aspetto tecnico dell'accesso ai materiali. Non tutti gli archivi sono ancora online, ma la presenza è cresciuta molto, con una grande democratizzazione nella possibilità di vedere materiali che prima magari non si sapeva nemmeno esistessero.
Dall'altra parte, però, c'è anche un po' un'infatuazione per il film inedito, per uno sguardo diverso, più amatoriale, più traballante e soggettivo. E questo si riflette, nel bene e nel male, su molte produzioni.
La consapevolezza, insomma, c'è solo in parte.
C'è molto riuso, ma anche, per fortuna, molta libertà. E quando questo significa cercare strade diverse con un'attenzione vera all'archivio, mi piace.
In Italia questa attenzione esiste, ho visto diverse cose interessanti. C'è stata, certo, una vera e propria passione per il riuso dei materiali d'archivio, che però secondo me sta pian piano rientrando. Forse torneranno un po' di più, "di nicchia", ma saranno sempre uno strumento straordinario di ricerca, racconto e memoria.

Michele Manzolini, regista e sceneggiatore, ha diretto con Federico Ferrone Il treno va a Mosca (2013), Il Varco (2019) e I fratelli Segreto (2025) film costruiti con repertori cinematografici alla frontiera tra archivi, documentario e finzione. I suoi film sono stati selezionati e premiati ai festival di Venezia, Torino, Roma, Karlovy Vary, Shanghai, DocsBarcelona. Il Varco ha ottenuto nel 2020 l’European Film Award (EFA) per il miglior montaggio europeo. È responsabile delle ricerche e delle produzioni presso la Fondazione Home Movies — Archivio Nazionale del Film di Famiglia, per la quale ha curato i film 9 1/2 (2022) e La Liberazione, un film di famiglia (2025).

Vincenzo Mancuso è documentarista e filmmaker. La sua ricerca si concentra sulla documentazione audiovisiva, con particolare attenzione alle narrazioni sociali e storiche.
E’ il referente del progetto di documentazione DocumentaFilm, e cura un archivio di orphan films, che raccoglie e preserva pellicole dagli anni '20 agli anni '80.
È fondatore e curatore di ANALOGICA.


Immagini :
Il Varco di Federico Ferrone e Michele Manzolini, 2013
La Liberazione, un film di famiglia a cura di Michele Manzolini e Paolo Simoni, 2025
© Agosto 2026 / Vincenzo Mancuso / Analogica